17 I del Monte feudatari di Monte Baroccio

Riccardo Paolo Uguccioni

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Un ramo della famiglia dei marchesi del Monte Santa Maria, stirpe dal grande blasone,1 regge la comunità di Monte Baroccio fra il 1543 e il 1644. La dinastia mombarocciana si articola in quattro signori: Ranieri I, Guidobaldo, Francesco Maria e Ranieri II.

Ranieri I (1516–1587), figlio di Girolamo ‘e marchionibus Montis’, entra undicenne come paggio al seguito di Francesco Maria I della Rovere, duca di Urbino. A corte gioca benissimo le sue carte, visto che il 5 settembre 1543 il duca Guidubaldo II lo investe conte di Monte Baroccio e nel 1544 gli dà in moglie Minerva Pianosi, “forse la più bella dote allora disponibile a Pesaro.”2 È lui a costruire il palazzo di Monte Baroccio e, nel 1564, anche quello di Pesaro, imponente e incompiuto, forse disegnato da Filippo Terzi.3 Ranieri viene accolto nel Consiglio di Pesaro, sovrintende alle fortezze dello Stato, è colonnello “di tutte le milizie;” la sua vita familiare è arricchita da una vasta figliolanza: sei figli e nove figlie, una delle quali—Ippolita—sposa Prospero Oliva conte di Piagnano, un’altra—Virginia—è moglie di Ottaviano Fregoso signore di Sant’Agata.

L’infeudamento di Mombaroccio—questa denominazione contratta diviene comune dagli inizi del XIX secolo—consente però una lettura che va al di là dell’emolumento a un cortigiano accorto, fedele e di rango. Nell’età moderna Mombaroccio è infatti impegnata in una strenua lotta contro la città egemone, Pesaro, la quale con l’espansione delle proprietà cittadine viene prosciugando—per così dire —le risorse del contado.

Il meccanismo fiscale, diffuso anche altrove, è noto: i cittadini che acquistano terreni nel contado vengono allibrati nel catasto di città egemone, e sono quindi esentati dalla imposizione della comunità locale (in alcuni casi, di fatto, anche da quelle camerali).4 Il risultato è che i ‘pesi’ si accumulano sulla residua proprietà “comitatina,” in un crescendo che espone la possidenza locale—e quindi il bilancio della comunità del contado—a ulteriori significative erosioni; effetti non dissimili producono con le loro immunità, frattanto, le vaste proprietà ecclesiastiche. Il risultato è che il bilancio di qualche comunità soggetta del contado di Pesaro, a un certo punto, comincia a escludere il medico, poi il chirurgo, poi il maestro, poi il postiglione o perfino il “moderatore dell’orologio,” cioè finisce per non comprendere più nessuno di quei servizi che costituivano il confine tra una comunità “civile” e una “miserabile.”5 Questo processo di espropriazione non sarà fermato che sul cadere del XVIII secolo: in linea di principio con la catastazione Piana, di fatto con le formidabili innovazioni napoleoniche,6 i cui effetti permangono, seppur in modo contraddittorio, anche dopo la restaurazione.

Mombaroccio, invece, è un caso a parte. In età moderna appartiene al contado di Pesaro: come gli altri castelli dipende dal comune cittadino e deve quindi attenersi agli statuti della città, dalla quale riceve un ufficiale con il titolo di capitano.7 Ma, sebbene nell’interpretazione cittadina sia invalsa—come si è detto—la pratica di esentare dai pesi locali i beni che i pesaresi acquistano nel contado, Mombaroccio si oppone risolutamente a quella pretesa e ottiene con un breve pontificio, fin dall’inizio del XVI secolo, il riconoscimento che “qui possident in curte dicti eorum castri teneantur ad onera una cum iis.”8 La richiesta dell’integrale osservanza del breve pontificio, bollata come “insolentia” nella città egemone, è un pessimo esempio di testarda ostinazione per le altre comunità del contado. È dunque possibile che “con la creazione della contea il duca intendesse troncare una conflittualità non sopita” (Allegretti 1992, 17) e anzi continuamente rinascente.

Mombaroccio viene concessa a Ranieri del Monte come entità indivisa e sovrana (“unum corpus [...] merum et mixtum imperium, gladii potestas, omnimoda iurisdictio ac plena superioritas”), e tra le facoltà accordate c’è il diritto di allibrare e collettare indipendentemente da Pesaro. Si è ragionevolmente sostenuto che la politica delle subinfeudazioni fosse utile ai duchi d’Urbino per contrapporre una nobiltà di corte alle aristocrazie cittadine (Zenobi 1983, 58–62); resta il fatto che nel caso specifico la creazione del feudo delmontiano rafforza Mombaroccio nel suo volersi staccare dalla città e frappone una barriera potente, e pressoché definitiva, contro Pesaro e le sue pretese. Solidamente trincerata sui privilegi concessi al feudatario, anche al momento della devoluzione “per linea finita”—nel 1644—, Mombaroccio chiederà testardamente e formalmente otterrà (ma non senza resistenze) che il feudo ritorni nella legazione di Urbino “nel stato che si trova al presente.”

Guidobaldo (1545–1607), primogenito di Ranieri e secondo conte di Mombaroccio, è l’uomo “eccellentissimo nelle lettere e singolar matematico” di cui ha trattato il convegno. Qui ricordiamo appena che è amico di Torquato Tasso, il quale gli indirizza il sonetto Misurator de’gran corpi celesti, e che è amico, condiscepolo e cognato di Francesco Maria II della Rovere: sposa infatti Felice della Rovere, figlia naturale di Guidobaldo II, da cui ha undici maschi e sei femmine. Trova il tempo, nonostante ciò, di studiare a Padova a e Urbino; ventunenne combatte il Turco in Ungheria sotto Aurelio Fregoso e solo per momentanea infermità non partecipa alla battaglia di Lepanto. Suo merito è inoltre di aver riconosciuto il genio di Galileo Galilei, con cui ha una fitta corrispondenza: grazie alla sua protezione nel 1589 il giovane Galileo ottiene una cattedra all’università di Pisa e poi, nel 1592, in quella di Padova; senza il del Monte la carriera di Galileo sarebbe stata certamente diversa, senz’altro più difficile. Dei suoi scritti, il Mechanicorum Liber (Pesaro 1577), fondamentale trattato di meccanica, e i Perspectivae libri sex (Pesaro 1600), prima trattazione matematicamente rigorosa della materia prospettica, si è detto ampiamente altrove. Ricordiamo invece che un fratello di Guidobaldo è il celebre cardinal Francesco Maria del Monte protettore del Caravaggio, più tardi decano del Sacro collegio. Nella vita di Guidobaldo c’è però un’ombra: a un certo punto i suoi rapporti con il duca Francesco Maria II—signore e cognato—si guastano, pare per ragioni politiche,9 e a Guidobaldo viene comandato di risiedere nel feudo, non più a corte; e a Mombaroccio trascorre quasi costantemente gli ultimi anni di vita (Gambioli 1916-1917). Non si segnalano sue gravi interferenze con la vita della comunità, che però alla sua morte risulta appesantita da spese straordinarie per opere pubbliche e da esenzioni e privilegi concessi dal signore e “patrone” forse con troppa larghezza.

Francesco Maria (1563–1619), primogenito di Guidobaldo, succede al padre nel 1607 e nel 1608 è creato marchese di Mombaroccio. E’ forse il del Monte più amato dalla comunità: non largheggia in esenzioni e anzi ricontrolla—diciamo così—i privilegi concessi dal padre eliminandone gli abusi, sicché il consiglio di Mombaroccio apprezza assai “la buona mente che ha verso i sudditi.” Molto stimato dal duca di Urbino, viene impiegato in diverse ambascerie;10 sposa Ippolita Savelli, di nobiltà romana ricca di blasone ma carica di debiti (Delumeau 1979, 123 ss), e per l’occasione il consiglio gli dona una carrozza che costa 600 scudi. Appoggia il risanamento dei debiti della comunità con interventi efficaci, dall’aumento delle imposizioni dirette e indirette alla riduzione delle mercedi dei salariati (“del che la maggior parte di loro si contentano”) e alla migliore allocazione dei censi.11 Compare poco in opere di genealogisti e memorialisti: il suo buon governo attende ancora studi approfonditi.

Quando muore, nel 1619, Francesco Maria lascia un unico figlio maschio, che sarà l’ultimo signore—scapestrato e infelice—della dinastia. Su Ranieri II (1610–1644) non c’è letteratura, ma la documentazione—studiata da Girolamo Allegretti e tratta soprattutto dai consigli comunitari—consente di abbozzarne i tratti esistenziali e gli aspetti del governo. Nello stesso anno 1619 in cui diventa vedova, la madre affida il marchesino al vecchio duca Francesco Maria II della Rovere perché ne faccia “gagliarda correzione,” come a lei non è riuscito nonostante “ricordi e correzione e botte:” sicché, confessa, “sarò necessitata contro mia voglia abbandonarlo.”12 E infatti lo abbandona e torna a Roma. Il governo del feudo passa al vecchio cardinal del Monte, decano del Sacro collegio, che cerca di emendare il discolo. Ma nel 1626 anche l’anziano cardinale muore e il ragazzo, sedicenne, rimane arbitro della propria e altrui rovina, circondato da personaggi ambigui. La comunità non è remissiva davanti al giovane marchese sregolato:

La comunità per suo bisogno è stata pronta obbligarsi, ma perché sa che sua eccellenza illustrissima ha entrata sufficiente a poter vivere onoratamente quando si vogli moderare nelle spese, che perciò si supplica sua eccellenza illustrissima a voler levare dattorno tante fiabe inutili e ridursi a vita più modesta.13

Nel 1629 Ranieri II sposa Ginevra Leonardi, dei conti di Montelabbate, dalla quale avrò un figlio che gli premuore, ma la sua vita continua come prima in un vortice di bizze, angherie e debiti, e ci scappa anche una gigantesca rissa nel castello di Saltara dove perde la vita il conte Giulio Cesare Mamiani. La svolta, drammatica e oscura, è però del novembre 1636, quando Ranieri II viene carcerato dal S. Uffizio a Fossombrone e poi è trasferito a Roma. Nel 1643 l’Inquisizione lo manda in domicilio coatto a Amelia e qui l’ultimo del Monte di Mombaroccio muore il 18 giugno 1644. Non essendoci eredi maschi, il feudo torna alla Santa sede. Anche durante la detenzione Ranieri II aveva continuato a esercitare i diritti feudali, a ordinare, esigere e pretendere, non senza successo (Allegretti 1992, 60–61).

Abbiamo parlato di feudi, di signori, di diritti feudali. Il feudalesimo, o meglio la rifeudalizzazione, dopo la lunga deplorazione di stampo prima illuminista e poi—almeno in Italia—risorgimentale, oggi è vista con rinnovato interesse: le interpretazioni si fanno sfumate e diventano più problematiche, gli studi acquistano in complessità e in ricchezza (Sella 2000, ed. orig. London 1997, 76–82). Per il territorio dell’antico Stato di Urbino si è lontani da un ragionamento d’insieme, che sulla base di nuove ricerche si interroghi, ad esempio, sull’economia dei feudi, sul rapporto sempre complesso tra il feudatario e la comunità (quando c’è)14, sul senso stesso dei suffeudi sia da parte del duca che li concede, sia da parte del signore che ne viene investito. Qui si deve inoltre distinguere il grande feudo di origine vicariale dai successivi suffeudi: i del Monte di Mombaroccio, appunto, ma anche i Paciotti che reggono Montefabbri dal 1578 al 174415 o i Leonardi di Montelabbate, che tengono quella contea fino al 1804 (Rossi 2003), mentre un altro discorso ancora andrebbe fatto per i cosiddetti feudi paralleli, o se si vuole originari, quelli cioè che preesistono ai della Rovere, e agli stessi Montefeltro, come gli Oliva a Piagnano e Piandimeleto (Allegretti 1987) e i Di Carpegna a Carpegna e Scavolino.16 In questa provvisoria griglia, dove collocare i Brancaleoni di Piobbico,17 i Mamiani di Sant’Angelo in Lizzola,18 i Castiglioni di Isola del Piano,19 i Mauruzi della Stacciola,20 ecc.?

Mombaroccio e i del Monte propongono, come si è visto, la particolarissima questione della segregazione dalla città egemone, ma il tema specifico del loro governo, e più in generale della feudalità in Età moderna, meriterebbe di essere discusso e approfondito ben al di là di queste brevi note. Il convegno per il IV centenario della morte di Guidobaldo del Monte è stato centrato sul grandissimo ruolo che lo stesso ha svolto sul versante della matematica e della scienza, ruolo che oggi viene finalmente e meritatamente indagato; ma altri aspetti attendono di essere studiati, nei quali i del Monte entrano di nuovo come conti e come marchesi di Monte Baroccio. Per questi motivi la Società pesarese di studi storici annuncia la sua intenzione di indire un convegno sulla feudalità, che sarà occasione per trattare dei del Monte e di più vaste problematiche connesse ai feudi e ai suffeudi esistenti nello Stato di Urbino, che solo il motoproprio di Pio VII del 6 luglio 1816 formalmente abrogherà.

Riferimenti

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Note a piè pagina

A.M. Zucchi Travagli, Rerum Feretranarum scriptores, ms. nell’Archivio comunale di Pennabilli, t. VIII, cc. 41–49 e 51–99; Biblioteca Oliveriana di Pesaro, ms. 455 (Spogli Almerici), t. II, cc. 293–295; v. anche i mss. 758 e 1009. Inoltre (Litta 1842-1843, tav. VII–XII; Barberi 1943a, 56–66, 135–136 e tav. XII); vedi anche (Barberi 1943b).

Il censo di ricognizione è di due capponi all’anno: cfr. (Allegretti 1992, 56–64), al quale siamo debitori per queste brevi note.

Cfr. (Allegretti 1992, 14–15; Paci 1966, 38 ss.). Il fenomeno è particolarmente marcato nel fanese, enclave ecclesiastica nel ducato roveresco (Girelli 1970-1971).

È il caso del comune di Pozzo, si veda (Allegretti 1990).

Statuta civitatis Pisauri noviter impressa, Pesaro, per Baldassarem quondam Francisci de Carthularis de Perusio 1531, I, II r 119; (Vaccai 1928, 226 ss.); sui rapporti tra Pesaro e il contado cfr. (Scorza 1980, 20–21; Carile 1989, 3–54 e in part. 9–11).

Archivio storico comunale di Pesaro, Consigli, 1519–1536, c. 48r, 13 marzo 1521.

Una lettera di Ludovico Agostini del 17 maggio 1602 allude alla “nuova risolutione fatta dal signor duca serenissimo” per allontanare da Pesaro il del Monte e altri cfr. (Montinaro 2006, 220–221).

Breve ristretto dell’origine e delle memorie più insigni della casa dell’illustrissimi signori marchesi del Monte Santa Maria, in A.M. Zucchi Travagli, Rerum Feretranarum scriptores, cit., t. VIII, c. 79.

Archivio storico comunale di Mombaroccio, Consigli, dall’11 maggio 1615 al 13 gennaio 1618, passim.

Biblioteca Oliveriana di Pesaro, ms. 386, c. 142.

Archivio storico comunale di Mombaroccio, Consigli, 1° marzo 1628.

Per es. la contea di Colstrigone, feudo degli Antonelli di Senigallia, nel 1797 “è composta di due sole famiglie:” Archivio di stato di Pesaro, Legazione, Repubblica francese, b. 1, 1797.

Cfr. (Lombardi 1977).

Manca una monografia sul feudo dei Mamiani: vedi (Brancati and Benelli 2004, 28–30 ss.).