16 Guidobaldo del Monte e Francesco Maria II della
Rovere duca di Urbino

Gianluca Montinaro

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Collocare la figura di Guidobaldo del Monte all’interno della corte roveresca significa innanzitutto condurre un’indagine in assenza. I dati che avrebbero dovuto essere presi in considerazione infatti scarseggiano, e non a caso. Ciò significa che le conclusioni di questa relazione saranno basate non solo su ciò che è giunto fino ai nostri giorni, ma anche su ciò che—significativamente—non ci è pervenuto, o forse non è mai esistito. Innanzitutto è bene accennare alla famiglia del Monte, citando una fonte storica:

Guido Ubaldo del Monte nacque da una delle più cospicue famiglie d’Italia; anzi, secondo il Baldi (Cronaca de’ matematici, 1596 poi pubblicata a Urbino, Monticelli, 1707), convien credere che ella discenda dalla regia casa di Borbone: e l’Atanagi dà i più minuti dettagli sulla di lei origine particolare (Lettere, I, Venezia, 1582: nella dedicatoria del 22 marzo, scritta a Raniero del Monte). Dice egli infatti che Raniero del Monte, figlio di Girolamo e d’Ippolita Sforza de’conti di Santa Fiora, vedova di Federico Farnese, fu il primo che da Perugia si recasse in Pesaro; che fu padre del gran Guidobaldo e del cardinale Francesco Maria; che nel 1542 dal duca Guidobaldo II di Urbino fu investito di Monte Baroccio, e nel 1547 fu fatto nobile romano, e capo delle lancie spezzate del duca medesimo, e generale delle battaglie nel suo Stato, non che governatore della città di Pesaro. Egli, secondo l’Almerici (spogli conservati presso la Biblioteca Oliveriana Pesaro (BOP), squarcio C.B. carte 2–8) (che si riporta a un foglio di memorie dei signori del Monte), nell’anno 1544 ebbe dal duca per isposa una figlia del cavalier Pianoso, che poi nel 1545 agli 11 di gennaio gli partorì Guidobaldo, ed altri figli in appresso.1

Da ciò si possono trarre alcuni iniziali indizi utili per avviare l’indagine:

1La famiglia del Monte, benché a tutt’oggi non siano provati i legami con i Borboni di Navarra (nonostante il nome Bourbon del Monte), si stabilisce nel ducato urbinate venendo, fin dall’inizio, riconosciuta per chiarezza e nobiltà.

2Grazie a ciò il rappresentante della famiglia, Raniero del Monte, acquisisce titoli (oltre quello di marchese di Monte Santa Maria, presso Perugia, che già possedeva) e potere (investitura della contea di Mombaroccio, nel 1543, generalato delle truppe ducali, governatorato di Pesaro. A ciò dobbiamo aggiungere, pur se il Mamiani non lo ricorda, l’importante ruolo svolto da Raniero alla corte papale, come ambasciatore dello Stato urbinate).

3La parentela, pur se acquisita, con la famiglia Farnese.

Quest’ultimo elemento non deve essere trascurato. In seguito alla morte della prima moglie, Giulia Varano (il 18 febbraio 1547), il duca Guidobaldo II della Rovere aveva sposato, il 26 gennaio 1548, Vittoria Farnese, figlia di Pier Luigi Farnese, signore di Piacenza nonché rampollo di papa Paolo III Farnese (pontefice dal 1534 al 1549). È quindi legittimo supporre che la parentela sia verso il papa che verso il duca, abbia ulteriormente giovato l’ascesa della famiglia del Monte.

L’ambasciatore veneziano Lazzaro Mocenigo, in una relazione al Senato veneto (1570) scrive, a proposito della corte del duca d’Urbino e dei personaggi più in vista di quella:

Vive Sua Eccellenza [Guidobaldo II] assai allegramente, dandosi piacere con li suoi gentiluomini; e quelli che sono continuamente appresso alla sua persona, e pochissima parte del giorno si allontanano da lui, sono prima il signor Pietro Bonarelli, il quale è sopramodo caro al signor duca et ha il titolo di Capitano generale della cavalleria ed è quello che può ogni cosa presso Sua Eccellenza con qualche risentimento del principe [Francesco Maria]; poi il conte Fabio Landriano, che ha una nipote del duca per moglie, il signor Rinieri del Monte, che è suo Capitano generale della fanteria, e il conte di Montebello [Giovanni Stati], che ha per moglie una sorella del conte Pietro suddetto (Mocenigo 1858).

Raniero del Monte è tanto nelle grazie del duca che addirittura lo rappresenta nelle trattative con gli urbinati rivoltosi, nell’inverno 1572–1573.

Primogenito di quindici figli, nato nel 1545, Guidobaldo del Monte (così battezzato in onore del duca d’Urbino) è uno dei giovani rampolli di primo piano della corte ducale. Sappiamo che intraprende i suoi primi studi con Francesco Maria della Rovere (di quattro anni più piccolo) e con Torquato Tasso2 (di un anno più grande). Come molti giovani nobili del ducato frequenta nel 1564 l’Università a Padova e quindi, tornato a Pesaro segue, insieme a Bernardino Baldi (1553–1617), gli insegnamenti di Federico Commandino (1509–1575) che lo avviano definitivamente alla matematica (tale scienza era comunque già praticata in famiglia: Raniero aveva infatti scritto due libri di architettura militare). Arriveranno poi per Guidobaldo i primi trattati e quindi l’amicizia con Francesco Barozzi e col giovane Galileo. Ma queste sono notizie note. Vediamo invece di esaminare il Guidobaldo del Monte “uomo di corte” e i suoi rapporti coi della Rovere.

Innanzitutto, a rinsaldare ulteriormente i legami con la casata ducale, giunge nel 1559, all’età di quattordici anni, il matrimonio con Felice della Rovere, figlia naturale del duca Guidobaldo II e sorellastra di Francesco Maria. Il matrimonio è felice. Nascono diciassette figli: undici maschi e sei femmine. È lo stesso duca a caldeggiare l’unione, per dimostrare la simpatia che nutre nei confronti di Raniero e del giovane Guidobaldo, compagno di giochi di Francesco Maria. Guidobaldo vive quindi gli anni più belli e spensierati della corte urbinate, gli stessi descritti da Ludovico Agostini ne Le giornate soriane (Agostini 2004). Ha contatti con i favoriti del duca, Antonio Stati e Pietro Bonarelli (tanto odiati da Francesco Maria) ma, per via dell’età, rimane sempre un sodale dell’erede al trono.

Nel 1565 (mentre Francesco Maria è in Spagna, all’Escorial) fa la sua prima esperienza d’arme. Sotto il comando di Aurelio Fregoso (signore di Sant’Agata Feltria, valoroso capitano d’arme nonché padre di Ottaviano, che aveva sposato una sorella di Guidobaldo) si reca in Ungheria. Lì il Fregoso, alla testa di tremila fanti, sotto il vessillo imperiale, fronteggia con successo l’esercito turco. Guidobaldo torna quindi a Pesaro e, ulteriore conferma della benevolenza ducale, viene scelto, anche a causa dell’esperienza maturata in Ungheria, per accompagnare in guerra, nel 1571, Francesco Maria il quale si era unito alla lega contro i Turchi. Guidobaldo si deve però fermare a Messina, causa una grave malattia (probabilmente i primi sintomi della sciatica che lo avrebbe poi afflitto per tutta la vita). Non prende quindi parte alla battaglia navale che si tiene nelle acque dell’arcipelago delle isole Curzolari (di fronte alle coste dell’ex Jugoslavia) dove invece si distingue Francesco Maria.

A corte, Guidobaldo del Monte è fra i giovani gentiluomini più importanti e più in vista. Lo testimonia anche la sua presenza nelle già citate Giornate soriane di Ludovico Agostini. Quest’opera, scritta fra il 1572 e il 1574 (e pubblicata solo nel 2004), ritrae—in modo serenamente festoso—la corte di Guidobaldo II, il cui regno ormai stava giungendo al termine (il duca muore infatti nel 1574). Con il pretesto di narrare dieci (undici con l’explicit) giornate di agostana villeggiatura trascorse nelle ville del colle San Bartolo, Ludovico Agostini descrive un mondo, quello cortigiano, ormai avviato al tramonto. Luigi Firpo definisce quest’opera: “estremo tentativo della fantasia di ricreare un mondo scomparso (quello dei raffinati ozi signorili) e di perpetuare un’effimera stagione amorosa dileguata per sempre” (Firpo 1957, 69). A godere degli svaghi della corte ci sono anche i nostri Raniero e Guidobaldo del Monte. Nella quinta giornata, durante una gita in barca, sotto le rupi del San Bartolo, fa una comparsa una “fusta che di corsari pareva.” In realtà, una volta avvicinatasi alla barca dell’autore e dei suoi amici, si rivela un’imbarcazione che conduce “gli osservatissimi cavalieri Guidobaldo del Monte, Fabio Albergati, l’ambasciatore Traiano Mario, il segretario Giulio Veterani” (Agostini 2004, 130–131) i quali avevano deciso di pranzare in mare. Da questo passo possiamo dedurre il grado molto elevato di frequentazioni che Guidobaldo del Monte teneva: Fabio Albergati il noto scrittore politico nonché ambasciatore, Traiano Mario l’ambasciatore urbinate in Spagna, Giulio Veterani l’onnipotente segretario ducale.

Nel 1574 Francesco Maria succede al padre sul trono del ducato. Di temperamento molto diverso dal padre inaugura un nuovo corso, instaurando un forte regime di “austerity.” Nel ducato di Urbino il Rinascimento cede il passo alla Controriforma. Il legame fra Guidobaldo del Monte e il nuovo duca non muta, muta piuttosto il clima generale. Gli aspetti mondani, lentamente ma inesorabilmente, cedono il passo a quelli più “spirituali.” La vita continua, con lo stesso agio, ma una larvata tristezza (che proviene dal duca stesso) smorza le gioie della vita. Probabilmente anche l’infelice matrimonio di Francesco Maria con Lucrezia d’Este (avvenuto nel 1570) e la mancanza del sospirato erede, contribuiscono alla malinconia generale.

La vita di del Monte procede senza apparenti fatti eclatanti. Dall’epistolario apprendiamo che, mentre si trova a Urbino, ove è al seguito del duca (che è solito passare l’estate nella frescura degli Appennini), viene a sapere della morte del Commandino. Scrive, il 4 settembre 1575, all’amico Giulio Giordani:

Il nostro Comandino, come dovete haver inteso, è morto, con mio gran dispiacere. E di gratia dite a messer Cesare Benedetti che non li rispondo perché il duca non è qui, ché è andato a Fossombrone da venere in qua, et va a caccia a Monte Falcino et non si sà quand’egli torni.3

Intanto prosegue negli studi e nel 1577 stampa a Pesaro presso Girolamo Concordia (futuro editore di tutte le sue opere) il Mechanicorum liber. La sua fama di matematico, come le sue pubblicazioni, comincia a crescere. Nel 1582 Francesco Sansovino lo dichiara “uomo eccellentissimo nelle lettere e singolar matematico.” L’amico d’infanzia Torquato Tasso gli dedica il sonetto Misurator de’celesti corpi. Per incarico del duca, del Monte cura l’edizione postuma della traduzione e del commento del Commandino alle Collezioni matematiche del matematico alessandrino Pappo (opera stampata a Pesaro nel 1588). Viene anche investito, da parte del duca, di numerosi incarichi “pratici” ma di non molto conto, quasi svilenti per un matematico ormai di così chiara fama. Nell’estate del 1587, per esempio, intercorre una fittissima corrispondenza fra del Monte e Giulio Cesare Mamiani, conte di Sant’Angelo in Lizzola, gentiluomo di camera e favorito di Francesco Maria, avente come oggetto il restauro di una peschiera e la sistemazione di una fontana che, prima “non gettava bene, perché a gran fatica l’acqua srappava fuori.”4 Guidobaldo non è nuovo a tali compiti “idraulici.” Già in una lettera indirizzata al conte Giovanni Tomasi (30 settembre 1583) racconta come la stessa “mattina siamo stati al Barchetto, il cavalier Arduino et maestro Lazaro et io et ci siamo risoluti che l’acqua potrà andar sul terraglio vicin alla porta del ponte che se ben il terraglio è più alto che non è la fonte di Mirafiori, nondimeno l’acqua ci andarà.”5

Intanto il più giovane fratello Francesco Maria, che aveva abbracciato la carriera ecclesiastica, entra al servizio del cardinale Ferdinando de’ Medici, figlio del granduca Cosimo I. Diviene il più stretto collaboratore del cardinale. Grazie alla sua protezione la carriera di Francesco Maria subisce un’accelerazione quando, morto il granduca Francesco de’ Medici (1587), è chiamato alla successione il fratello, appunto il cardinale Ferdinando. Costretto a rinunciare al cappello Ferdinando impone a Sisto V la nomina di Francesco Maria a cardinale diacono di Santa Maria in Domnica (14 dicembre 1588). Il nuovo granduca, in segno di somma stima, gli dona anche un palazzo e due abbazie nelle diocesi di Carrara e di Padova. Per benevolenza (e forse anche per reale bisogno) nomina Guidobaldo del Monte Visitatore Generale, chiedendogli d’ispezionare città e fortezze del granducato per verificarne lo stato, la funzionalità e la razionalità.6 Nel 1590 Guidobaldo è addirittura invitato, con tutti i riguardi e gli onori, alle nozze del granduca con Cristina di Lorena.

L’ascesa alla porpora cardinalizia del fratello consolida il potere della famiglia del Monte. Ma Guidobaldo sembra defilarsi sempre più, anche a causa della sciatica che lo affligge. Rimane un personaggio di primo piano alla corte del duca di Urbino, ma non si abbassa al ruolo di burocrate (i cortigiani di Guidobaldo II avevano ceduto il posto ai funzionari di Francesco Maria). E difatti, a differenza di molti fra i nobili urbinati, non riveste ruoli politici, né rappresenta mai il duca in alcuna trattativa di Stato né ricopre mai la veste di ambasciatore. Se da parte di del Monte c’è forse disinteresse per queste cariche, c’è sicuramente diffidenza del duca nei confronti dell’amico d’infanzia. Probabilmente il duca d’Urbino inizia a guardare con sospetto Guidobaldo a causa dei servigi resi alla famiglia Medici.7 Nelle epistole di del Monte conservate presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro (BOP) e indirizzate agli amici Giulio e Pier Matteo Giordani non si trovano mai accenni politici. Si parla di libri introvabili, di testi scritti e spediti, di viaggi alle terme di Padova (sui colli Euganei) e a Pozzuoli (per curare la sciatica), di Euclide, di malattie (il “mal di schiena,” come lo definisce il nostro). E significativamente sono lettere quasi tutte indirizzate dal feudo di Mombaroccio, quasi Guidobaldo si fosse “autoesiliato.” Lentamente i rapporti con il duca si sfilacciano. Oltre all’incarico toscano, anche caratteri e interessi diversi li portano progressivamente ad allontanarsi. Ad aumentare le divergenze si aggiungono poi due questioni: il mancato pagamento di una parte della dote della moglie Felice della Rovere (di cui ora del Monte aveva bisogno), e il matrimonio fra una figlia di Guidobaldo e un figlio di Giulio Cesare Mamiani.

Significativamente le lettere che trattano questi argomenti non sono indirizzate al duca ma al suo segretario e, in una di esse, Guidobaldo annuncia di aver coinvolto il fratello cardinale per meglio gestire i rapporti con Francesco Maria II. Scrive da Mombaroccio all’onnipotente Giulio Veterani, il 20 settembre 1589, riportando che, dopo numerosi solleciti dello stesso Guidobaldo, finalmente “dai ministri di Sua Altezza si sono fatti li conti degli usufrutti della dote.” Narra poi come un suo uomo, dopo aver controllato tutti i libri della cancelleria ducale:

Per parecchi giorni e settimane, formò un conto di sua mano il quale mi son risoluto di mandarlo in mano di Vostra Signoria acciò veda la verità. [...] Sua Altezza restava debitore all’ingrosso di circa 2500 ducati e volse vedere i libri di casa mia nei quali trovò molte partite che non erano nei libri della camera. [...] Hora due cose mi fanno essere molesto a Vostra Signoria: l’una il contratto accluso che, come prudentissimo, so che considera che la cosa non sta bene così. L’altra è che io ho da dare al capitano Federico Bianchino, per conto di quella possessione che io comprai da lui, e mi trovo molto intrigato perché speravo di poterlo satisfare intieramente con li dinari della dote che mi erano stati promessi tutti, hora vorrei potermi valer almanco di questi.8

Due anni dopo (1591) abbiamo altre lettere, sempre a Giulio Veterani, sulla questione del matrimonio. In una di esse del Monte dichiara essere sua “principale intentione di ricuperar la gratia di Sua Altezza” (che ormai la distanza e gli eventi avevano raffreddato). Per recuperarla Guidobaldo organizza un matrimonio con un figlio di Giulio Cesare Mamiani (al cui cognome Francesca Maria II aveva consentito di aggiungere, sommo segno di distinzione per il suo preferito, il predicato “della Rovere”). Ma il duca pare non essere d’accordo. Il 21 ottobre 1591 del Monte scrive:

Mi è doluto assai che questa venuta giù del signor Federigo questa seconda volta sia stata così male intesa che se noi havessimo saputo che S.A.S. ne havesse potuto havere tanto disgusto la pò esser certa che non l’haveressimo mandato, essendo nostra principale intentione di ricuperar la gratia di Sua Altezza e di far questo parentado per amor del conte Giulio Cesare con ogni satisfattione. Io ne ho scritto al signor cardinale dal Monte et datogli conto di quanto è passato, et anche dettagli l’opinion nostra che saria di sapere se‘l serenissimo signor duca si contenta che con sua buona gratia si faccia questo parentado.9

Ci vuole l’intervento del fratello cardinale per sbloccare la situazione. E l’otto febbraio 1592, in tono esultante, a matrimonio stabilito, scrive sempre a Veterani:

La lettera di Vostra Signoria, insieme a tante altre cose dette a tutti noi, ci ha apportato quel contento che ella si pò immaginare, vedendo tanta buona volontà che mostra Sua Altezza Serenissima verso di noi et il desiderio che tiene che si esequisca questo parentado. La creda che siamo arivati hormai a quel segno tanto da noi desiderato della gratia di Sua Altezza.10

Illusione. Il rapporto fra Francesco Maria II e Guidobaldo del Monte è ormai irrecuperabile. Del Monte ha di fronte a sé non più il compagno di giochi e di studi d’infanzia ma un uomo introverso, cupo e solitario su cui pesano un matrimonio infelice e la mancanza di eredi. Il primo maggio 1599, dopo la morte di Lucrezia d’Este, in occasione delle nozze di Francesco Maria con la cugina Livia della Rovere (1586–1641), figlia di Ippolito della Rovere (1554–1621), marchese di San Lorenzo in Campo, grande amico di del Monte, scrive direttamente al duca una lettera di felicitazioni. Il tono è dimesso e di circostanza:

L’humil divotione che porto all’Altezza Vostra Serenissima mi fa pigliare ardire di dimostrarle l’infinito contento che io, e tutta la casa mia, habbiamo preso della risolutione che l’è piaciuto fare nel pigliar moglie; massime in persona che a noi altri sudditi suoi fedelissimi dà tanta speranza di successione. La supplico con ogni riverenza credere che fra tanti suoi servitori e vassalli, sia io uno che l’habbia sentita con infinito contento, come farò sempre di ogni suo bene. Così piaccia alla maestà di Dio darglene quanto desidera, et supplicandola d’accettar la divotion mia in sua gratia, le faccio humilissima riverenza.11

La tempesta si addensa su Guidobaldo del Monte. Nonostante il matrimonio l’erede ducale tarda ad arrivare. Strane voci girano sul marchese Ippolito e su suo fratello Giuliano, abate di San Lorenzo in Campo. Entrambi figli naturali del gaudente cardinale Giulio della Rovere (1562–1621) fratello di Guidobaldo II e zio di Francesco Maria, hanno ereditato dal padre il carattere scanzonato e il comportamento lussurioso, l’amore per il fasto nonché tanta ambizione, solo in parte soddisfatta (il religioso Francesco Maria li vedeva probabilmente con un certo fastidio, sia per il loro stile di vita, che per le origini illegittime). Per non spaccare la famiglia (ridotta ormai a pochi membri), Francesco Maria aveva nominato Ippolito, nel 1587, Governatore generale dello Stato. Il marchese, reso ancora più forte dalla posizione assunta a corte (suocero del duca) e dalla mancanza di un erede diretto (e forse nutrendo ambizioni alla successione) assume, insieme al fratello, comportamenti irriguardosi nei confronti del duca. Soprattutto in assenza di Francesco Maria, sempre più ritirato a Casteldurante, Ippolito, Giuliano e il loro “entourage”—di cui comunque del Monte fa parte, non solo per comuni frequentazioni e amicizia personale ma anche per aver sposato lui pure (come detto) una bastarda di casa della Rovere, Felice—la fanno da padroni a Pesaro, dando ordini e disposizioni.

Monta la voce di una congiura. Si mormora che Ippolito voglia destituire il duca e prenderne il posto, con l’aiuto di Giuliano e Guidobaldo. La reazione di Francesco Maria II non si fa attendere. A Ippolito, Giuliano e Guidobaldo del Monte, accusati di complottare contro il duca, è vietato risiedere a Pesaro in assenza di Francesco Maria II.

Ludovico Agostini, il 17 maggio 1602, con il suo solito stile ampolloso, scrive all’amico del Monte:

Io all’udir della nuova risolutione fatta dal signor Duca Serenissimo che né Vostra Signoria né il signor Marchese Della Rovere suo suocero né monsignor Giuliano suo fratello dovessero stare in Pesaro mentre Sua Altezza sta per la state ad Urbino et a Casteldurante, stupido come gli Hebrei nel deserto, più volte dissi: manaum, manaum quid est hoc? Quid est hoc? Alla fine appigliatomi al consiglio di Paolo che disse: non plus sapere que oportet sapere, quietatomi sotto la inescrutabile volontà et scienza del Signore, orando, esclamai: Domine libera trium corda a tormentis pressura sicut liberasti Sidrac, Misac et Absnago de camino ignis ardentis et cum non sit malum in civitate quod non faciat Dominus. Alzando però la testa all’altura infinità di Sua Divina Maestà, a quo omnia et sine quo nihil, potrà con Davit dire: in Domino in id ipsum vivam et requiescam.

Continua ricordando come Guidobaldo “è bene avvezzo a questa mano riversa di fortuna, e che vive sicuro che sì come questa nebbia all’improviso et inespettata è venuta, così riscaldato il sole della molta pietà et prudenza di così giusto, pietoso et humano principe, conforme alla sua serenità, farà risolvere il tutto in fumo et in odorifero profumo della sua benignissima gratia.” Termina la lettera con un’immagine (quella della gaudente Soria, ove aveva ambientato le Giornate soriane) che fornisce tutta la differenza fra i tempi di Guidobaldo II e quelli di Francesco Maria:

Di Soria hoggi infelice et abandonata poiché i palaci et le delicie di Vostra Signoria et del signor Marchese che a questo mio heremo facevano principalissimo decoro di vicinità, con la solitudine di questa mia disutile vecchiaia, restano in deserto d’ogni anima vivente.12

Scrive anche ai due fratelli della Rovere, pure loro cari amici, augurando che tutta la questione sia presto ridimensionata. Grazie all’intervento di Clemente VIII arriva, per i tre reprobi, il perdono ducale, alla condizione però di risiedere stabilmente ognuno nei propri feudi. Del Monte si chiude quindi, in esilio, a Mombaroccio. In una lettera dal destinatario sconosciuto (datata primo gennaio 1604), scritta in risposta a un biglietto di condoglianze ricevuto in occasione della morte in guerra, a Bruges, del figlio Carlo, un Guidobaldo solo e affranto scrive: “Ci consola che ha finito le sue disgratie honoratamente, lassandoci a noi ad aspettarne delle altre, poiché così vuole la nostra mala fortuna. Sia pur fatto quello che vuole Iddio.”13 Sempre più afflitto dalla sciatica (per la quale assume quotidianamente forti dosi di acqua termale che il fratello cardinale gli invia da Roma),14 la vita di del Monte—come quella di tutti i sudditi del ducato—viene scossa nel 1605 dalla notizia della gravidanza della duchessa. Scrive, il 6 dicembre, in occasione dell’apparizione di una supernova (evento dal quale prende poi corpo un’ampia discussione di carattere astronomico), all’amico Pier Matteo Giordani: “Noi poi ci rallegriamo della gravidanza della Signora Duchessa,” e aggiunge che vorrebbe mandare una rappresentanza del suo feudo “a rallegrar con il signor duca serenissimo, se li feudi facessero ancora loro quest’offitio, se paresse bene lo farei io ancora ma però che siano altri che il signor Marchese della Rovere. Io prego Vostra Signoria a volerne intendere destramente qualche cosa.”15

Con la nascita del sospirato erede Federico Ubaldo, il duca, colmo di gioia, revoca l’esilio ai tre “congiurati.” È ancora il vecchio amico Ludovico Agostini a capire per primo l’intenzione del duca e quindi a rallegrarsi con Guidobaldo:

Le mando l’inchiusa mia sestina partecipando Vostra Signoria di quanto ai nostri Serenissimi ho mandato, pigliando insieme sigurtà d’inviarle le giordane constitutioni perché ne sian fatti partecipi gli amici et parenti nostri et loro.16

Ma ormai la vita di Guidobaldo volge al termine. Nel suo laconico, e per certi versi inquietante, diario Francesco Maria II scrive, il giorno 6 gennaio 1607: “Morì il signor Guidobaldo Del Monte, conte di Montebaroccio.” Niente di più per il suo amico d’infanzia. Viene sepolto nella chiesa di Santa Chiara di Pesaro, con un’ampia iscrizione presto rovinata dal tempo. È ancora Agostini, il 10 gennaio, a scrivere una accorata lettera di condoglianze alla moglie Felice:

Se mai cavaliere illustre degno di emulationi, philosopho di theorica e di pratica degno di imittatione et famoso scientiato, sprezzatore per Christo di mondana ambitione, degno di esempio, infin qua non ho io saputo vedere un altro Guidobaldo Del Monte, meritissimo consorte di Vostra Signoria Illustrissima. [...] Signora mia, quanto Vostra Signoria più che gli altri ha, ne’ penetrali di casa, et di cuori, conosciuto i christiani progressi del signore Guido Ubaldo et la speranza et fede che di lui ha sempre havuta dalla sua salute, tanto più che gl’altri, la ragione di consolar se stessi et noi altri di haverlo, per qualche tempo di qua, smarito per andare, quando piacerà al Signore a ritrovare in cielo et a goderlo per sempre fuori d’ogni stento di questa valle di lagrime dove con esso lui per infiniti casi di avversa fortuna, ha provato quanto siano quasi insopportabili le croci di questo mondo (Montinaro 2006, 254–255).

Il nome del Monte torna di nuovo nel diario del duca. Quasi a risarcimento del comportamento tenuto verso Guidobaldo, il 25 giugno 1608, Francesco Maria II eleva a marchesato la contea di Mombaroccio. Scrive: “Feci marchese di Montebaroccio il signor Francesco Maria del Monte, che prima n’era conte.” I del Monte, come i della Rovere, si avviano ormai all’estinzione. Nel 1614 muore il figlio prediletto di Guidobaldo, Orazio (che dal padre aveva ereditato la passione per la matematica). Nel 1627 muore il cardinale Francesco Maria. Il duca, ormai vecchio e solo, gli sopravvive solo quattro anni. Nel 1631 i cardinali legati prendono possesso dell’ormai ex ducato di Urbino.

Riferimenti

Agostini, L. (2004). Le giornate soriane. Roma: Salerno editrice.

Firpo, L. (1957). Lo stato ideale della Controriforma. Bari: Laterza.

Gamba, E. (1995). Guidobaldo dal Monte tecnologo. Pesaro città e contà. Rivista della Società pesarese di studi storici 5: 99-106

Mamiani, G. (1821). Su la vita e gli scritti di Guidobaldo del Monte, matematico del XVI secolo. Senigallia: Domenico Lazzarini.

Mocenigo, L. (1858). Relazione al Senato Veneto (1570). In: Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto Firenze: Società Editrice Fiorentina

Montinaro, G. (2006). L'epistolario di Ludovico Agostini. Firenze: Olschki.

Note a piè pagina

Cfr. (Mamiani 1821, 3); contributo già pubblicato a puntate nel “Giornale Arcadico” di Roma nei fascicoli XXVII, XXVIII e XXIX del medesimo anno.

A testimonianza del loro saldo legame rimangono anche numerose lettere indirizzate da Tasso a del Monte.

Del Monte, Lettere, ms. 426, II, XVI, c. 147r, Biblioteca Oliveriana di Pesaro (BOP).

Mamiani, Lettere, ms. 211, II, c. 132v, BOP.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 152r, BOP, cfr. (Gamba 1995, 104).

“Fu poi nell’anno 1588 fatto visitator generale di tutte le città e fortezze del gran duca di Toscana, e visitolle difatti in compagnia di Donato Dell’Antella, commissario generale in quello Stato: lo che prova che a questo ramo di matematiche applicazioni pure attendeva, sebbene non abbiamo di lui opera alcuna che cel dimostri” (Mamiani 1821, 5). Si veda a questo proposito la relazione di Francesco Menchetti.

Ricordiamo infatti che non correva buon sangue fra i della Rovere e i Medici, soprattutto in seguito alla ribellione d’Urbino (1572) quando gli insorti si rivolsero, per chiedere aiuto contro le truppe del duca Guidobaldo, ai fiorentini, ricevendone una risposta positiva. Solo l’inverno e la rapida conclusione della rivolta non diedero tempo all’esercito mediceo di muoversi, evitando quindi lo scontro aperto fra i due stati.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 161 r–v, BOP.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 167 r, BOP.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 173 r, BOP.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 179r, BOP.

Del Monte, Lettere, ms. 426, c. 183r, BOP.

Altre notizie sulla vita e sulla malattia di Guidobaldo del Monte possono essere ricavate dai mss. 455, II, 495 (c. 293); 758 conservati presso la Biblioteca Oliveriana, Pesaro (BOP). Alcune lettere si trovano, sempre in BOP, nel ms. 426, II, XVI; il fasc. XV contiene invece alcune epistole del cardinale Francesco Maria, mentre il ms. 1538 conserva quattro lettere di Torquato Tasso indirizzate a Guidobaldo del Monte.

Del Monte, Lettere, c. 184 r.

Cfr. (Montinaro 2006, 235). Ugualmente Agostini invia una lettera di felicitazioni al marchese Ippolito, p. 234.