12 Guidobaldo del Monte: architetto di palazzo Gradari a Pesaro

Grazia Calegari

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Un documento sull’attività di Guidobaldo architetto è conservato all’Archivio di Stato di Pesaro, notaio Simone Rossi, datato 27 marzo 1599. E’ un contratto-capitolato stipulato tra il conte Giulio Cesare Mamiani e i muratori Gio. Battista Paridi e Giovanni Antonio Mincioni di Fano, e riguarda la costruzione del palazzo di città del Mamiani a Pesaro, in via del Vescovado (attuale via Rossini), oggi palazzo Gradari di proprietà comunale, aperto e utilizzato per varie manifestazioni pubbliche, e al secondo piano come sede del Rossini Opera Festival.1 Nel documento, dopo le precisazioni tecniche che riguardano la demolizione di vecchie case preesistenti, le fondamenta, le volte, i mattoni, i camini, le porte, le finestre, eccetera, si legge:

Che detti muratori àvviano adempimento che le calcine siano benissimo fatte e che sotto la spesa conveniente a proporzione e che le fondamenta siano benissimo spianate e ricalzate murate con ghiaia ovvero secondo indicarà il marchese Guidobaldo dei marchesi del Monte.

E più sotto:

Che detta fabbrica sia fatta secondo il disegno e l’ordine di detto Conte et Marchese Guidobaldo Del Monte et in particolare le volte.

La scoperta del documento si deve al conte Carlo Stramigioli Ciacchi, scomparso prima della stesura del libro; il rinvenimento di altri documenti relativi alla storia dei conti Mamiani si deve a Dante Trebbi. Lo studio analitico e strutturale del palazzo è stato compiuto dagli architetti Samantha Bruscia e Anastasia Nori. A me è toccato il gradito compito di avere tra le mani il documento e di rendermi conto della sua importanza come conferma di un’opera architettonica ancora esistente di Guidobaldo del Monte, in quanto la ristrutturazione settecentesca ha conservato notevoli parti cinquecentesche dell’edificio.

fig. 12.1

fig. 12.1

Sono visibili gli scantinati a volte, lo scalone in pietra, le colonne del cortile centrale (Figura 12.1), i balaustrini delle arcate, alcuni portali e architravi, l’enorme sala del teatro con cartigli decorativi dipinti su una parete, che è l’attuale salone per conferenze. Si tratta di frammenti straordinari, documenti unici della progettazione di Guidobaldo architetto. Rivelano un’impronta di classicismo severo, rigoroso, improntato sull’uso della pietra grigia che doveva contrastare con le superfici chiare, di antica derivazione brunelleschiana: una affermazione di grande semplicità e razionalità.

Il committente Giulio Cesare Mamiani (1553–1613) era amministratore dei beni e “gentiluomo di camera” del duca Francesco Maria II, da lui ebbe il titolo di conte e l’onore di aggiungere al suo il cognome dei della Rovere, oltre che l’investitura del castello di Sant’Angelo in Lizzola. Quando nel 1588 nacque Giulio figlio del marchese Ippolito della Rovere cugino di Francesco Maria, fu Giulio Cesare Mamiani a tenerlo a battesimo nell’Arcivescovado di Urbino; gli stretti legami tra i due sono confermati dalla concessione di appartamenti nelle residenze ducali.

Altro legame, stretto ma senza dubbio complicato e difficile, Guidobaldo ebbe col duca Francesco Maria II. Mi limito a ricordare che Felice della Rovere, figlia naturale del duca Guidubaldo II della Rovere e della signora Caterina Pistori di Firenze, fu la moglie di Guidobaldo e che dal matrimonio nacquero diciassette figli. Francesco Maria gli era dunque cognato, e in gioventù era partito assieme al del Monte e ad altri giovani per combattere con l’armata della Lega Santa contro i Turchi nel 1571. Guidobaldo venne trattenuto a Messina da una malattia il 7 ottobre, giorno della terribile battaglia vittoriosa a Lepanto, dove si distinse il valore del giovane Francesco Maria.

Nel 1598 Guidobaldo venne chiamato a progettare gli archi trionfali per il passaggio di papa Clemente VIII, un incarico pubblico affidato anche ad altri giovani architetti, del tutto consono a chi, come il del Monte, aveva aperto nel 1575 una “scuola dei nobili” per la preparazione dei maggiori architetti locali.

Dunque nel 1599 l’incarico per il palazzo di Giulio Cesare Mamiani della Rovere rappresenta non solo l’unica prova architettonica ancora esistente di Guidobaldo a Pesaro, (dato che è andata completamente distrutta la chiesa del convento di Santa Maria degli Angeli, dove aveva avuto l’incarico di disegnare un progetto dopo il 1574), ma l’ulteriore conferma di un rapporto strettissimo con la cerchia dei della Rovere. Rapporto che finirà tristemente, come sappiamo, con l’allontanamento di Guidobaldo dalla corte e il ritorno a Mombaroccio negli ultimi suoi anni dal 1600 al 1605; ma di questi problemi, e della morte avvenuta il 6 gennaio 1607 a cui seguì la sepoltura nella chiesa del Corpus Domini a Pesaro (oggi distrutta), si occupa un’altra relazione del convegno.

Io vorrei aggiungere a queste brevi notizie la considerazione che i tre personaggi così legati tra loro—Giulio Cesare Mamiani, Francesco Maria II della Rovere, Guidobaldo del Monte—sono stati ritratti dal grandissimo Federico Barocci, di loro più anziano, che muore a Urbino nel 1612 dopo essere tornato da anni nella sua città e dopo avere guidato una bottega attivissima, composta di numerosi allievi e collaboratori.

Il ritratto di Francesco Maria è notissimo e si trova agli Uffizi, quello di Giulio Cesare Mamiani è finito a San Pietroburgo, museo dell’Hermitage.

Di Guidobaldo del Monte esistono due ritratti, uno più noto, conservato ai Musei Civici di Pesaro, che dovrebbe essere di mano del Barocci nel viso, mentre l’attaccatura dei capelli, dei peli della barba e la gorgiera ad ampie pieghe accuratissime, sembrano completate da un allievo. Misura 67 × 53 cm, proviene dalla collezione Machirelli Giordani, è stato esposto alla mostra sui della Rovere del 2004, nella sede di Urbania, è riscontrabile nel catalogo in una mia scheda (Calegari 2004b, 492-493). Guidobaldo dimostra un’età attorno ai quarant’anni, e indossa un abito in tessuto decorato a tratteggi obliqui, simile a quello del secondo ritratto, conservato a Firenze agli Uffizi tra le dieci tele di Federico Barocci. Appare a Firenze la stessa calvizie, mentre i baffi e la barba sono più canuti. Il quadro è più grande rispetto a quello di Pesaro (106 × 88 cm), e comprende anche una poltrona di legno sulla quale è seduto Guidobaldo, che appoggia su un bracciolo il braccio destro che sostiene il cappello. Lo sguardo intenso, severo e penetrante, è lo stesso del nostro ritratto, mentre quello di Firenze, che proviene da Urbino con le collezioni roveresche, veniva denominato nella Galleria degli Uffizi fino al 2004 Ritratto di Ippolito della Rovere, pur essendo stato riconosciuto come di Guidobaldo già dal 1825 e come tale riconfermato da vari studiosi tra i quali l’Olsen, il maggiore studioso di Federico Barocci. Mi sono accorta dell’errore nel 2004, in occasione della preparazione delle mostre roveresche, e ho avvertito la direzione degli Uffizi.

Questo convegno darà senz’altro un’ulteriore sollecitazione a far conoscere tutti e due i ritratti, che sembrano realizzati dal vivo con Guidobaldo in posa, e rappresentano un’indagine anche psicologica del personaggio, come solo Federico Barocci riusciva a fare nel suo tempo.

Riferimenti

Calegari, G. (2004a). Palazzo Mamiani della Rovere: indagini e scoperte. In: Palazzo Gradari già Palazzo Mamiani Della Rovere. Indagini e scoperte dopo il restauro D. Trebbi, S. Bruscia, A. Nori, G. Calegari Ancona: Futura Officine Grafiche 113-140

- (2004b). Ritratto di Guidobaldo del Monte. In: I della Rovere. Piero della Francesca, Raffello, Tiziano Ed. by P. D. Dal Poggetto. Milano: Electa 492-493

Note a piè pagina

Contratto—capitolato stipulato tra il conte Giulio Cesare Mamiani e i muratori Gio. Batta Paridi e Giovanni Antonio Mincioni di Fano, Archivio di Stato, Pesaro, notaio Simone Rossi, anno 1599, pubblicato in (Calegari 2004a).